«Mi vergogno», ma il latino usa me: i verbi impersonali di sentimento

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Latino · Scuola superiore · Sintassi dei casi
Proposta per chi ha già studiato accusativo, genitivo e pronomi personali. La collocazione nell’anno di corso va concordata con il docente. Tempo indicativo: una lezione più gli esercizi.

Scheda in breve

Con pudet, paenitet, piget, taedet, miseret, nella costruzione impersonale qui studiata, chi prova il sentimento è in accusativo; la persona o la cosa che lo suscita è normalmente in genitivo. Il verbo resta alla terza persona singolare anche se a provare il sentimento siamo «noi». In italiano, invece, quella persona diventa spesso il soggetto: me pudet → «io mi vergogno».

La causa può anche essere espressa da un infinito: Me paenitet hoc fecisse, «Mi pento di aver fatto questo». Per tradurre, quindi, non basta associare una parola italiana a ogni caso. Bisogna capire chi sente che cosa e perché. [1, §§354b–c; 2, §209.1 e 1a]

Alla fine saprai: riconoscere i due ruoli, evitare un falso soggetto e tradurre la frase in un italiano che non sembri ricalcato dal latino.

1. Il punto che inganna: chi prova il sentimento non è il soggetto latino

Prova a leggere questa frase:

Pudet me tui.
«Mi vergogno di te».

È un esempio riportato da Bennett, non una citazione attribuita a un autore antico. [2, §209.1; grafia senza segni di quantità]

Se cerchi subito un nominativo, rischi di perdere tempo: qui non c’è un soggetto personale. Me è accusativo e indica la persona che prova vergogna. Tui è genitivo del pronome personale tu: indica la persona di cui ci si vergogna. Pudet è presente indicativo, terza persona singolare.

Il latino costruisce la frase come se dicesse «la vergogna colpisce me, a proposito di te». Questa è soltanto un’immagine per capire i ruoli, non una traduzione da consegnare. L’italiano naturale è «Mi vergogno di te» oppure «Io mi vergogno di te».

Qui tui non è un aggettivo possessivo: non accompagna un nome. È una forma del pronome tu. Prima di scegliere sul dizionario, osserva la costruzione intera.

2. Cinque verbi, non cinque traduzioni da imparare a memoria

Verbo Resa italiana di partenza Che cosa controllare
pudet vergognarsi Di chi o di che cosa?
paenitet pentirsi, dispiacersi Per quale fatto o azione?
piget provare rincrescimento, fastidio Quale sfumatura richiede il contesto?
taedet essere stanco, stufo Di chi o di che cosa si è stanchi?
miseret provare pietà, compassione Per chi o per che cosa?

Le rese sono un punto di partenza: piget e taedet, per esempio, possono avvicinarsi nel significato, ma non vanno tradotti meccanicamente con la stessa parola in qualsiasi passo. Le due grammatiche includono questi cinque verbi fra gli impersonali di sentimento. [1, §208b e §354b; 2, §138.II e §209.1]

Il modello che ci serve è:

verbo alla terza singolare + accusativo di chi prova il sentimento + genitivo di ciò che lo suscita.

L’ordine delle parole può cambiare: i ruoli non dipendono dal fatto che l’accusativo venga prima o dopo il verbo. Guarda i casi, poi ricostruisci il senso.

Tre esempi guidati

A. Paenitet me huius facti. → «Mi pento di questo fatto».

Me indica chi si pente; huius facti è genitivo singolare e indica il fatto di cui ci si pente. Il genitivo non va collegato automaticamente a un altro nome come semplice specificazione: qui dipende dalla costruzione del verbo. [Esempio da 2, §209.1; huius normalizza la grafia hujus]

B. Pauperum te miseret. → «Provi compassione per i poveri».

Te è accusativo singolare; pauperum è genitivo plurale di pauper, qui usato come nome, «dei poveri». In italiano diciamo «per i poveri»: la preposizione italiana non cancella il genitivo latino. [Esempio da 2, §209.1]

C. Nos huius erroris paenitet. → «Ci pentiamo di questo errore».

Questo è un esempio didattico originale, non una citazione antica. Nos è accusativo plurale, huius erroris genitivo singolare. Il verbo rimane paenitet: il numero delle persone coinvolte non lo trasforma in una prima persona plurale. La forma nos può essere anche nominativo in altre frasi; qui la sua funzione si riconosce dalla costruzione. [Regola: 1, §§207–208b e 354b; 2, §§138 e 209.1]

3. E se ci si pente di un’azione?

Non sempre dopo questi verbi troverai un genitivo. Confronta:

Me paenitet hoc fecisse.
«Mi pento di aver fatto questo».

L’esempio è in Bennett. [2, §209.1a] Me continua a indicare chi si pente, ma il contenuto del pentimento è ora l’azione hoc fecisse. Fecisse è infinito perfetto attivo di facio: qui il fare precede il pentirsi, perciò «aver fatto». Hoc è l’oggetto di fecisse; non è un genitivo e non è la persona che prova il sentimento.

Per il nostro esercizio basta riconoscere questo cambio: nome al genitivo oppure azione espressa da un infinito. Le grammatiche documentano anche altre possibilità, comprese proposizioni e pronomi neutri. Non trasformare il modello di base in una regola senza eccezioni. [1, §354c e nota; 2, §209.1a]

Una precisazione da tenere a margine

«Terza singolare» descrive l’uso impersonale affrontato qui, non ogni occorrenza possibile di questi verbi. Allen e Greenough segnalano anche usi personali con un pronome neutro come soggetto. Non li esercitiamo in questa scheda. Se in un testo incontri una forma inattesa, controllala: non correggere l’autore per farlo rientrare nel tuo schema. [1, nota a §354c]

4. Un esempio autentico: Cicerone prova pietà persino per una casa

Me quidem miseret parietum ipsorum atque tectorum.
«Io, davvero, provo pietà per le pareti stesse e per i tetti».

Cicerone, Philippicae 2.69, prima frase del paragrafo. Testo latino verificato nella trascrizione di The Latin Library; traduzione italiana originale per questa lezione. [3]

Questa volta non è una frase costruita per l’esercizio. Cicerone sta attaccando Antonio e contrappone il passato della casa di Pompeo all’uso che, secondo la sua accusa, ne è stato fatto. La pietà per le pareti e i tetti fa parte di questa rappresentazione polemica: non va letta come una descrizione neutrale. Il contesto si trova nei §§68–69. [3]

Smontiamo la frase senza perderne il tono:

  • Me: accusativo singolare; chi prova pietà è chi parla.
  • Miseret: presente indicativo, terza singolare, uso impersonale.
  • Parietum e tectorum: genitivi plurali, le cose per cui si prova pietà.
  • Ipsorum: genitivo plurale di ipse. Nella lettura qui proposta intensifica parietum: «delle pareti stesse». La forma è comune al maschile e al neutro, quindi la sola desinenza non basta a stabilirne il riferimento.
  • Quidem: segue me e dà rilievo al parlante («io, davvero»); non va scambiato per un etiam riferito alle pareti. Atque coordina i due nomi.

L’esempio abbreviato di Allen e Greenough (§354b) è Me miseret parietum ipsorum. Per la citazione d’autore qui abbiamo conservato invece l’intera prima frase del testo consultato, senza confondere l’estratto grammaticale con il periodo completo.

5. Due attività prima degli esercizi

Il traduttore troppo letterale

In coppia, confrontate «La compassione colpisce te a proposito dei poveri» e «Provi compassione per i poveri», riferite a Pauperum te miseret. Quale può servire come appunto di analisi? Quale consegnereste come traduzione? Spiegate che cosa non cambia passando dall’una all’altra: chi sente compassione e verso chi.

La frase cambia una sola volta

Partite dall’esempio originale Nos huius erroris paenitet. Sostituite nos con me, poi con te. Leggete ogni volta la traduzione italiana. Quale parola latina rimane identica? Perché in italiano, invece, passate da «ci pentiamo» a «mi pento» e «ti penti»?

6. Esercizi

Le frasi non attribuite a una fonte sono esempi didattici originali. Per gli esercizi 1, 3 e 7 si riutilizzano gli esempi di Bennett già citati. Provaci prima di aprire le soluzioni.

1. Riconosci i ruoli. In Pudet me tui, indica verbo, persona che prova il sentimento e persona che lo suscita. Scrivi il caso dei due pronomi.

2. Scegli la forma giusta. Per dire «Ci pentiamo di questo errore», scegli e motiva:
a) Nos huius erroris paenitet.
b) Nobis huius erroris paenitet.

3. Non farti guidare dall’ordine. Traduci Pauperum te miseret. Perché «I poveri provano pietà per te» scambia i ruoli?

4. Completa con i casi giusti. «Marco si vergogna di questo errore»:
________ huius ________ pudet.
Usa Marcus, -i e error, erroris. Non aggiungere un soggetto nominativo.

5. Individua la struttura diversa. In Me paenitet hoc fecisse, che cosa esprime il contenuto del pentimento? Analizza fecisse e spiega la funzione di hoc.

6. Passa dal singolare al plurale. Trasforma Me huius erroris paenitet in «Ci pentiamo di questo errore». Devi cambiare anche paenitet? Spiega la scelta in una riga.

7. Scegli una traduzione naturale. Per Paenitet me huius facti, scegli la resa migliore:
a) «Questo fatto si pente di me».
b) «Mi pento di questo fatto».
c) «Io pento questo fatto».
Giustifica la risposta indicando il ruolo di me.

8. Leggi un autore. Nella frase di Cicerone Me quidem miseret parietum ipsorum atque tectorum, trova i due genitivi nominali e analizza la forma del pronome ipsorum. Spiega in due righe che effetto produce la pietà rivolta a una casa nel contesto dei §§68–69.

7. Soluzioni commentate

1. Pudet è il verbo; me, accusativo singolare, indica chi prova vergogna; tui, genitivo singolare del pronome tu, indica la persona di cui ci si vergogna. Traduzione: «Mi vergogno di te». L’«io» italiano non autorizza a sostituire me con il nominativo ego.

2. È corretta a. Nos è qui accusativo plurale; nobis sarebbe dativo o ablativo e non soddisfa la costruzione studiata. Il verbo rimane alla terza singolare: «noi» non è un soggetto personale latino.

3. «Provi compassione per i poveri». Te è chi prova il sentimento, pauperum ne indica i destinatari sul piano del significato. Mettere «i poveri» al soggetto italiano capovolgerebbe il senso. La posizione iniziale di pauperum non lo rende nominativo.

4. Marcum huius erroris pudet. Marcum è accusativo singolare di Marcus; erroris è genitivo singolare di error. Huius concorda con erroris. «Marco si vergogna di questo errore» è una resa italiana naturale, benché Marco non sia nominativo nella frase latina.

5. Il contenuto è hoc fecisse, non un nome in genitivo. Fecisse è infinito perfetto attivo di facio; hoc è accusativo neutro singolare e ne è l’oggetto: «aver fatto questo». Il perfetto colloca il fare prima del pentimento presente. Non leggere hoc come un secondo accusativo di persona.

6. Nos huius erroris paenitet. Cambia soltanto me in nos. Paenitet rimane alla terza singolare perché la costruzione è impersonale. La traduzione passa da «mi pento» a «ci pentiamo».

7. È corretta b. Me è accusativo della persona che si pente, non la cosa di cui ci si pente. La risposta a scambia i ruoli; la c riproduce male il verbo in italiano e non rende il significato.

8. I due nomi sono parietum e tectorum, genitivi plurali. Ipsorum è genitivo plurale di ipse, con forma comune al maschile e al neutro; nella lettura proposta intensifica parietum. Una risposta possibile: «Cicerone mostra pietà perfino per gli elementi materiali della casa; così rende più forte il contrasto polemico fra il passato legato a Pompeo e l’uso attribuito ad Antonio». È una lettura del passo nel contesto, non una regola grammaticale né un giudizio storico da accettare senza esame.

Attività — riscontro. La prima formulazione del “traduttore troppo letterale” può aiutare a visualizzare i ruoli, ma non è una buona traduzione finale. Nella seconda attività si ottengono Me huius erroris paenitet e Te huius erroris paenitet: il verbo non cambia; cambiano chi prova il sentimento e la formulazione italiana.

8. Prima di chiudere il quaderno

Se riesci a spiegare perché me non è nominativo, perché paenitet non cambia con nos e perché hoc fecisse non è un genitivo, hai capito la costruzione. Se invece ricordi soltanto la sequenza dei cinque verbi, torna a un esempio e assegna a ogni parola un ruolo.

Promemoria: accusativo = chi prova il sentimento; genitivo = chi o che cosa lo suscita, nel modello di base. Quando c’è un infinito, riconosci l’azione e traducila come tale. Non estendere questa regola a tutti i verbi latini che esprimono emozioni.

Fonti per controllare

[1] J. B. Greenough, G. L. Kittredge, A. A. Howard, B. L. D’Ooge, Allen and Greenough’s New Latin Grammar for Schools and Colleges (1903), edizione digitale a cura di Meagan Ayer, Dickinson College Commentaries (2014): §§207–208, soprattutto 208b; §354b–c e nota. La seconda pagina contiene anche altri paragrafi: cercare il numero 354.

[2] Charles E. Bennett, New Latin Grammar, revisione del 1918, trascrizione The Latin Library: §138.II; §209.1 e 1a. Cercare Genitive with Impersonal Verbs per raggiungere §209. I due manuali sono opere distinte, non due copie della stessa fonte.

[3] Marco Tullio Cicerone, Philippicae, 2.68–69, in particolare 2.69, prima frase. Trascrizione digitale The Latin Library; questa pagina non espone un’edizione critica di riferimento. Qui è usata per controllare testo e contesto, non per discutere varianti filologiche. La costruzione è riscontrata anche in [1], §354b.

Nota editoriale: testo e traduzioni italiane originali; gli esempi tratti da manuali e la citazione antica sono segnalati. I segni di quantità vocalica dei manuali sono omessi in modo uniforme. Materiale in bozza: revisione docente e prova in classe ancora aperte.